Tempo assassino
Scrivere di come concilio le mie molteplici identità e riesco a sopravvivere come madre, moglie, medico universitario e scrittore di gialli? Sembra facile da spiegare ma in realtà non ci ho mai pensato seriamente, e ora che mi fermo a rifletterci su mi vengono i sudori freddi. Manco gli equilibristi! In realtà anche per ritagliarmi questo po’ di tempo per raccogliere i miei pensieri e metterli su carta – pardon, su tastiera – ho dovuto spilluzzicare manciate di minuti di un sabato pomeriggio tra uscite disperate per acquistare gli ultimi quindici o sedici regali (sei nipoti, due cognate, zio, alcune amiche del cuore, baby-sitter, anticipi della befana per le figlie di 12, 9 e 7 anni, etc), un forsennato impacchettamento di nascosto dei suddetti e la preparazione di una pizza e un dolce per stasera, che ho ospiti – mi ostino anche a fare vita mondana, ebbene sì. In genere scrivo di notte, quando tutto il resto della famiglia dorme, il televisore langue, la luce vacilla, in casa tutto tace, tranne qualche vecchio mobile che scricchiola e fuori i lupi abbaiano nelle strade. Ecco, in queste condizioni, riesco a concentrarmi. In genere, dato che scrivo thriller, mi metto anche un po’ paura, cosa che non guasta. La mattina lavoro come ecocardiografista al Policlinico, dove ho anche un insegnamento come professore di epidemiologia geriatrica, materia che sembra noiosa ed effettivamente lo è, ma io vivacizzo facendo almeno una o due volte l’anno una dissezione di cuore di maiale (sono un ex cardiochirurgo ma per fortuna ho lasciato la sala operatoria prima di fare figli, altrimenti non sarei sopravvissuta). Il pomeriggio non lavoro, almeno non come medico, perché mi barcameno tra gli impegni delle tre figlie, che cumulano insieme inglese, danza classica, hip-hop., capoeira, circense, teatro e altre cose che non ricordo. Io faccio piscina, tre volte la settimana, ottanta vasche e ne ho bisogno come del sangue fresco un vampiro. Posseggo e difendo con i denti una stanza della casa attrezzata a mio personale uso: non ci può mettere piede nessuno se non con il mio permesso, cioè mai. E’ tappezzata di scaffali stracolmi di libri, c’è la poltrona di pelle bordeaux con le orecchie e la lampada a stelo, manca solo il caminetto, è il tipico antro da scrittore dove scrivania e pavimento sono letteralmente coperti da materiale cartaceo e non, con appunti, frammenti, minuzie, ritagli, articoli, libri, riviste, e mischiati insieme disegni delle figlie, composizioni creative fatte con le spugnette per lavare i piatti o con i maccheroni crudi o con barattoli di marmellata decorati. Al momento ci sono anche ammassati i regali di Natale per tutta la famiglia, cioè l’equivalente in spesa del bilancio annuale lordo del Burkina Faso. Più nastri e carta da regalo. Fuori alla porta troneggia un cartello fiduciosamente attaccato con lo scotch: NON DISTURBARE DALLE 17.00 ALLE 19.30. Ovviamente nessuno se ne frega, ma se io decido di lavorare nel pomeriggio mi chiudo a chiave dentro, e metto il mio CD con le Sinfonie 40 e 41 di Mozart, che sento ossessivamente quando scrivo, ad altissimo volume. In questo modo non mi rendo conto nemmeno se prendono a calci la porta. Ma cos’è questo rumore? Sembra una motosega. Aiuto! Stanno sfondando la porta! Aiuto!